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Da Steven a Gwen

“She’s a boy I knew” è il racconto in prima persona di come Steven Haworth diventa Gwen. Il documentario ripercorre una transizione sessuale durata tre anni, con uno sguardo che indaga l’identità di ragazza nascosta sotto la pelle di uomo che Gwen ha vestito per tutta l’infanzia e la giovinezza.

Steven sapeva già a quattro anni di essere una ragazza, ma ha mantenuto il segreto sulla sua reale identità fino a sette anni fa. La storia di un coming out che ha messo in discussione un’intera famiglia finendo per renderla molto più unita di quanto non fosse mai stata. Scene da un matrimonio felice messo in crisi, scene di ricostruzione di una famiglia, e ritratti di una donna che, un tentativo dopo l’altro, plasma un corpo per renderlo più aderente possibile al suo modo di sentire. Il documentario, girato nella città natale della regista, Vancouver, sta percorrendo i festival di tutto il mondo lasciandosi dietro a ogni tappa un po’ della leggerezza e dell’energia positiva che ne intessono le trame.

Che cosa ti ha spinto a fare un film sulla tua storia?

Quando ho cominciato a fare la transizione stavo facendo il mio graduate degree in film production, e volevo fare un film narrativo perché hanno un pubblico più ampio, non un film su me stessa perché pensavo sarebbe stato troppo auto-indulgente. Però come filmaker mi era molto facile girare tutto quello che mi succedeva e alla fine avevo un sacco di materiale, e ho realizzato che avevo questa chance di intervistare la mia famiglia e di lasciare che dessero voce alle loro emozioni, e non potevo aspettare di farlo cinque anni più tardi, così ho lasciato perdere l’idea del film narrativo e ho capito che c’era molto più bisogno di un film critico perché non avrebbe funzionato solo come film ma come risorsa, una sorta di film attivista: può aiutare famiglie come la mia a costruire un dialogo, e, poiché è girato interamente con telecamere su cui quasi chiunque può mettere le mani, volevo dimostrare che anche una persona da sola può fare un film, non importa se non è in pellicola o ad alta definizione. Se ha un contenuto forte e viene dal cuore, puoi raccontare una storia con cui la gente può empatizzare. E credo sia così che si costruiscono le comunità, quando si comincia a capirsi l’uno con l’altro nonostante le esperienze diverse, specialmente in un momento in cui c’è tanta paura dell’altro, del diverso. E poi ho visto tantissimi film che raccontano la tragedia dell’essere transgender, l’essere vittime, e anche se sono fatti da persone che sono vicine a questa realtà, mostrano solo l’elemento tragico e depotenziano l’immagine, l’idea del transgender. In fondo siamo tra le persone più divertenti che ci siano, ma nessuno lo mostra mai nei film, perché i film vogliono sempre mettere in scena il conflitto, il lato negativo, e questo è troppo sproporzionato perché se non hai il lato positivo, attivo, potenziante, assieme a quello negativo, la situazione non si evolve. Prima che io facessi la transizione mia madre mi ha detto che avrebbe voluto vedere qualcosa, un film che mostrasse quello che mi stava per succedere ma anche l’interazione con la famiglia, qualcosa con cui potesse relazionarsi, e io non sono riuscita a trovare nessun film, ho trovato “Il silenzio degli innocenti”, “Boys don’t cry”, e filmati del carnevale! E così avrei potuto darglielo, dirle «tieni, questo è un film in cui un transgender viene picchiato, stuprato e ucciso, spero che ti piaccia!» Il fatto è che la maggior parte di noi non viene uccisa!

Uno dei punti di forza del tuo film è che ci sono dei veri personaggi, i tuoi famigliari, com’è stato dirigere la tua famiglia?

La maggior parte delle cose che mi hanno detto me le avevano già dette, ma mai tutte così concentrate, perciò è stato molto intenso, e il processo di montaggio è stato catartico, ero molto emozionale mentre rivedevo il materiale, vedevo l’amore che c’era dietro le esitazioni, i silenzi, e ho davvero capito quanto la mia famiglia mi volesse bene, perciò è stata un’esperienza incredibile.

Come è cambiato il rapporto con la tua famiglia durante e dopo la lavorazione del film?

Da quando ho fatto coming out sono più vicino a ognuno di loro. Anche con mio padre, nonostante ci sia ancora un lungo cammino da fare, siamo più vicini di quanto non fossimo prima, ci abbracciamo, ci salutiamo con un bacio. Il film mi ha davvero aiutato a riconoscere l’amore nella mia famiglia e capire meglio come il loro punto di partenza influisse sul modo in cui vedevano la mia transizione. Io penso di essere diventata una persona molto più aperta e attenta. Durante i tre anni di montaggio ci sono stati momenti in cui ho pianto, solo pianto, per un sacco di tempo con loro e per loro, per la loro perdita, e li ho capiti meglio. E ora proprio perché siamo passati attraverso tutto questo, chiamo mia madre molto più spesso! Prima aveva dei timori per me, ma credo che adesso abbia capito che ho un futuro davanti, adesso che sto con Heidi, e una delle ultime novità è che Heidi e io abbiamo chiesto a un amico di farci da donatore di seme perché vogliamo avere dei bambini nei prossimi due anni, e credo che anche questo abbia dato molta speranza a mia madre. E adesso lei andrà al festival di Miami con la madre di Heidi a presentare il mio film, e credo che quando scoprirà quanto il pubblico la ama, ne sarà molto contenta.

Com’è stato il processo di transizione, più o meno difficile di quanto ti aspettavi?

Mi ero sempre aspettata che fosse molto difficile, ma non sapevo come sarebbe stato viverlo con tutte le emozioni che comportava. È stato molto intenso, e sono stata fortunata perché mi sono dimenticata parte di quei momenti. A volte mi dico: «C’era proprio bisogno di tutta questa trafila?», oppure: «Adesso sto bene, perché dovrei mettermi a farci un film sopra?», ma poi penso alle persone che vivono nel rifugio in cui lavoro, alcune sono donne transgender, e quando vado a un gruppo di supporto e parlo con le persone sento l’energia che passa, e sento che il mio film è d’aiuto, e può fare la differenza per alcune persone.

Quel è stato il momento in cui hai fatto il passaggio dal non parlare a nessuno della tua vera identità alla decisione di viverla e fare la transizione?

Nell’estate del 2000, in luglio. Durante l’anno precedente ho cominciato a realizzare quanto stessi diventando insensibile verso le persone che facevano parte della mia vita, non riuscivo a interessarmi troppo delle cose che succedevano a loro perché non aveva mai avuto al possibilità di esprimere quello che c’era dentro di me, e questo mi rendeva freddo, e sono arrivato a un punto in cui non mi importava più di nulla, dovevo solo mantenere una facciata, tutto era obbligo, come un turno di lavoro. E la decisione che ho preso è stata un dono non solo per me ma per le persone che amavo, che mi stavano intorno, dire chi ero, scoprire le carte, e sapevo che c’era la possibilità che scappassero, che non mi volessero più vedere, ma avevo bisogno di essere più autentico, e sono stata fortunata ad avere persone così fantastiche intorno.(linda fava - editing audio: francesca clementoni)2008-05-04 11:30:00
Fonte foto: (ami)

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