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BERGAMO FILM MEETING: IL FILM CLASSIFICATO SECONDO ALLA MOSTRA CONCORSO

La piccola A(nteprima) della nostra ordinaria follia

Quando la salute mentale è il problema di chi sta fuori, nella prigione delle aspettative altrui. Intervista a Giuliano ricci

La piccola A è Antonia, donna dallo sguardo represso/depresso tipico della prigioniera. Chiusa in una prigione che non ha odore, né sbarre: la prigione delle aspettative altrui. La sua vita è chiusa da fitte tele di rapporti sociali a senso unico, in cui Antonia non riesce mai a ritagliare uno spazio per sé. E’ circondata da persone sfacciate che la usano solo per sfogarsi, senza accorgersi di lei e del suo malessere crescente che tocca punte di isterica comicità. Il suo progetto teatrale al dipartimento di salute mentale è l’unica attività che la ripaga dei suoi sforzi, l’unico scorcio della società in cui sembra ancora possibile trovare qualcuno che non ha più bisogno di mentire a se stesso.

La piccola A, unico film italiano presentato alla Mostra Concorso del Bergamo Film Meeting dove si è classificato secondo, è il frutto dell’esperienza teatrale e di vita di Lucia Vasini, delle relazioni che l’attrice ha intessuto con gli allievi/pazienti del progetto di teatroterapia tenuti al dipartimento di salute mentale di Piacenza.


La sceneggiatura de La piccola A è il risultato, come spesso accade per le buone idee, del fortuito incontro tra l’attrice Lucia Vasini e la sceneggiatrice Maria Grazia Perria. Un’ intensa frequentazione, una serie di incontri che Maria Grazia definisce “delle specie di sedute di autocoscienza, di taglio molto personale”. La sceneggiatrice racconta: “Ho cercato di cucire una storia addosso a Lucia, una storia che le somigliasse. Abbiamo messo insieme i suoi problemi con gli uomini e i miei con la Madre” (La Madre lacaniana nrd). Il risultato è una storia scritta di getto, in una quindicina di giorni molto intensi.


L’idea di affidare la regia a due esordienti nasce in vista di una Master Class estiva della scuola Civica di Milano. Qui l’ex direttore dell’istituto Daniele Maggioni recluta Salvatore D’Alia e Giuliano Ricci per girare un “lungometraggio di qualità”. “Il mio intento era principalmente formativo, volevo mettere a confronto giovani studenti di talento con Maria Grazia e Lucia, due professioniste affermate”.


Il titolo del film è un gioco di parole che fa riferimento al “Piccolo Oggetto A” della psicanalisi lacaniana e alla A di Antonia, una donna che non cresce mai. Un titolo che rimanda anche a “La Grande A”, che sempre in Lacan rappresenta l’istanza materna, l’Altro primordiale. Spiega la sceneggiatrice: “Nel bambino il primo rapporto con l’Altro è il rapporto con la madre… è la madre che ne nomina i desideri, se il bambino piange, ha fame o ha sete, è lei che lo dice. In realtà nessuno può sapere cosa vuole veramente il bambino…”


La dimensione psicologica si fa quindi sentire in modo esplicito in un film che d’altro canto evita di schiacciare i personaggi su astratte teorizzazioni mantenendo attiva la dimensione del gioco grazie alla leggerezza dell’ironia.


 


Incontro con Giuliano Ricci, coregista de La piccola A.


Il film prende in considerazione la teatroterapia dal punto di vista della protagonista Antonia, che per prima trae serenità e beneficio dal progetto teatrale: un modo per ricordarci quanto il problema della salute mentale vada oltre le stanze degli ospedali?


Beh, certamente c’è questo aspetto; infatti come abbiamo detto il confine per la sanità mentale è sicuramente molto labile. Tutti hanno lati di follia, la protagonista per prima, tanto che ad un certo punto nel film dice ai pazienti psichiatrici che anche lei ha delle visioni..


Sì però in quel punto sembra stia mentendo, che li stia prendendo in giro..


Può sembrare così, ma non è del tutto vero. Teniamo presente che si tratta di un personaggio molto contrastato, con molti problemi psicologici, e questo vale del resto per tutti gli altri personaggi che si affidano ad Antonia per riversare su di lei tutti i loro problemi come si fa con una psicologa. C’è questa insistente tematica dello sfogarsi su un'altra persona.


Un altro aspetto interessante del film a mio parere sta nel fatto che il personaggio di Antonia si dedica agli altri non nasconde il bisogno quasi egoistico di riscattare in questa attività i propri problemi non tanto per autentica disposizione a fare del bene, quanto per trovare riscatto al fatto che non riesce a vivere la sua vita.


Assolutamente sì. Molte volte cerchiamo di aiutare gli altri proprio per sentirci meglio con noi stessi. E’ una cosa che proviamo tutti i giorni, anche nelle piccole cose, come nel fare la carità alla persona che ci chiede l’elemosina. E’ un fare del bene che alla radice trova il nostro egoismo.


Può risultare inquietante che una persona “disturbata” concorra al recupero di altre persone disturbate.


Sì, però è anche vero che così gli è più vicina, e per un paziente questo può significare un motivo di contatto, un motivo per dare e ricevere. Un’occasione di crescita per entrambi.


Il titolo del film richiama il concetto lacaniano di Piccolo oggetto A. Può spiegare in breve in cosa consiste questo concetto ed in che modo viene coinvolto nel film?


Consiste nel non rendersi conto dei propri bisogni più veri e di finire così con l’idealizzarli. Quindi i tuoi bisogni non sono quelli che credi che siano perché tu ti sei fatta delle raffigurazioni, e a furia di ripetersi queste cose ti auto-convinci che siano quelli. A questo proposito un lavoro importante che abbiamo fatto è stato quello con lo psicologo. Abbiamo scelto una figura di psicologo appartenente alla scuola lacaniana: uno che ascolta molto e lascia parlare la paziente.


Parlaci dell’esperienza a contatto con i pazienti del dipartimento di salute mentale.


Abbiamo fatto diversi incontri con loro cercando di costruire le scene, ma allo stesso tempo lasciandoli anche parecchio a briglia sciolta, lasciandoli improvvisare. Lavorare con queste persone è stato, per certi versi, più facile perché hanno meno filtri e quindi la vita esce subito. E’ come lavorare con dei bambini: hanno più capacità di buttarsi e quando lo fanno sono proprio delle persone reali. Questo è stato molto bello.


Poi ci sono state delle cose dure da affrontare. Quando si parlava del dolore ad esempio non è stato uno scherzo: queste persone raccontavano le loro tragedie vissute e per noi che eravamo lì con una camera per girare un film.. è stata una cosa molto delicata.


Però tutto sommato hanno reagito bene alla nostra presenza. Abbiamo fatto moltissime riprese dentro il centro, tanto che si può parlare di un mini documentario. Anche lo stile di regia lì è documentario. La canzone dei titoli di coda “Danza Sciamana” è stata scritta e cantata da uno dei pazienti, che aveva studiato e fatto musica prima di finire lì. Ci sono molte storie vere dietro il loro essere lì.


C’è un lavoro documentario che in qualche modo “sostiene” La piccola A. C’è una continuità con il tuo documentario-inchiesta “Non c’è più una majorette a Villalba”?


“Non c’è più una majorette a Villalba” ha influito perché ho una formazione piuttosto documentaristica: amo molto fare riprese dalla realtà. Per altri altri versi invece le differenze sono numerose: nel documentario sei tu che conduci il gioco, stai dietro alle persone, fai le interviste; ne La piccola A mi sono tenuto molto più fuori dalla realtà che filmavo, limitandomi a dire a Lucia cosa dovevano fare i pazienti. Più impegnativa la fase di montaggio. Abbiamo dovuto fare un lungo lavoro di scelta delle scene. (…) Non mi interessano le inchieste come Report, i documentari di denuncia. Nella mia inchiesta su Villalba bastava che calcassi un po’ i toni su certe questioni e sarebbe facilmente diventato simile ad uno dei servizi alla Striscia la Notizia. Mostrare come funzionano le strutture non mi interessa: io voglio raccontare le storie, mostrare le persone in quanto tali. D’altronde è questo il confine – mai molto netto - che distingue il video giornalistico dalla mia idea di documentario.


 

(silvia vecchi)2010-03-17 13:55:09

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