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Ragioni di una controrivolta cittadina

Rosarno, un caso di ''xenofobia mafiosa''

L'osservatorio Africalabria: degrado socio-culturale dell'area conseguenza di una mentalità mafiosa

Alla rivolta dei lavoratori agricoli immigrati nel comune del reggino hanno fatto da contraltare le ronde spontanee della cittadinanza. Aggressioni agli stranieri, sprangate e nuovi colpi di fucile sono espressione dell'intolleranza di una comunità che mira a conservare il poco che il territorio offre. Una guerra tra poveri con alle spalle l'ombra dei poteri mafiosi. L'analisi di Tiziana Barillà (audio) dell'osservatorio Africalabria: «Il degrado sociale e culturale dell'area è diretta conseguenza di una mentalità mafiosa».

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Una città in subbuglio, un ingente schieramento di polizia che contiene a stento la rabbia degli abitanti e un governo che, per motivare l’accaduto, punta il dito contro la troppa tolleranza nei confronti dei clandestini e alza il tiro sugli immigrati. «Ma i tre africani feriti erano tutti in possesso di regolare permesso di soggiorno».


Il crescendo di tensione, nato dalla protesta dei braccianti immigrati di giovedì sera, ha esasperato una situazione che a Rosarno era già al limite. Equilibri precari in una città dove da novembre a febbraio – la stagione della raccolta di arance e mandarini nella piana di Gioia Tauro – la popolazione immigrata, regolare e non, si moltiplica per quattro raggiungendo le 4mila unità. Su una popolazione di 15 mila abitanti. Una convivenza giocata su equilibri precari, a cui serviva solo una scintilla per infiammarsi.


Lavorano nei campi per 25 euro al giorno, dalle 7 alle 18. E anche oltre. E dopo a dormire in una ex cartiera, un gigantesco capannone occupato privo di riscaldamento, elettricità e acqua corrente. Dormono a terra o su materassi di fortuna, si riparano inutilmente dalla pioggia con teloni di plastica. E al mattino di nuovo al lavoro, dopo aver pagato 5 euro di biglietto al caporale che li trasporta ai campi. Ma a Rosarno la routine degli immigrati stagionali non sembra interessare.


C’erano stati già altri casi di timida ribellione, ma nessuno nel piccolo comune del reggino aveva avuto molto da dire. D’altronde l’immigrazione in quest’area non è un fenomeno nuovo. «Questo è il problema dell’Italia: tutto è trattato come un’emergenza nata ieri. Solo che questa emergenza dura da venti anni. Fino allo scorso anno i lavoratori agricoli immigrati si dislocavano in due strutture. Sembrava impossibile, ma la loro condizione quest’anno è peggiorata: hanno occupato un'ex oleificio, dormendo in un silos di metallo in più di mille persone. E' un’immagine difficile da rendere a parole... », spiega Tiziana Barillà, dell’osservatorio migranti “Africalabria” che opera principalmente a Rosarno.


Questa volta la protesta è stata più intensa, ha coinvolto la gente del posto, l’ha toccata in prima persona: i cassonetti rovesciati in strada e la sassaiola contro le auto in transito e alcuni feriti erano troppo da sopportare. E allora via alla «caccia al nero», come la chiama amaramente Barillà. «Venerdì mattina all’uscita dal municipio, dopo l’incontro dei “ragazzi” con il commissario prefettizio, c'è stato un momento di tensione con i rosarnesi raccolti dietro il cordone di polizia. Vista la situazione il suggerimento delle forze dell’ordine è stato di rifugiarsi nelle fabbriche dove vivono per evitare lo scontro».


«Gli immigrati hanno chiesto diritti umani e di poter lavorare nella piana di Gioia Tauro senza che gli venga sparato addosso e senza essere uccisi», continua il racconto. Ma al momento del rientro nella fabbrica sono spuntate delle «ronde cittadine, che hanno creato scompiglio nel paese». Fonti hanno raccontato di gente in strada armata di mazze; di un giovane aggredito all’uscita da uno sportello per l’immigrazione; di spari in aria tra la folla e per un po’ si è parlato addirittura di un morto, anche se poi la notizia non ha trovato conferme. «Qui c'è una guerra civile in corso e in questi casi è difficile capire cosa succede, la gente arriva anche a negare l’evidenza».


La caccia si è trasformata in assedio quando una folta parte di cittadinanza ha circondato la “dimora” degli immigrati: la furia della gente separata dal suo obiettivo e dal linciaggio solo da un cordone di polizia. E qui ancora spari, che hanno gambizzato altri due africani.


Ora si tenta di capire cosa o anche chi ci sia dietro tutto ciò: è solo razzismo o c’è la mano dei poteri mafiosi? «Senz'altro la condizione umana in cui si trovano queste persone vede una responsabilità diretta della criminalità organizzata. Il degrado sociale e culturale di quell'area ne è una conseguenza diretta. Anche nell'ipotesi estrema in cui la criminalità organizzata non abbia direttamente organizzato le ronde comunque la loro nascita spontanea è frutto di quella mentalità». «Xenofobia mafiosa» la definisce Barillà, citando il governatore calabrese Agazio Loiero: «Questi ragazzi vivono costantemente i soprusi del territorio, è una realtà, vengono presi a colpi di pietra o di arance quotidianamente. Certo, quando si passa dalle pietre alle pistole la reazione inevitabilmente aumenta».


Non c’è completa ostilità verso gli africani, ma «questo è un territorio già massacrato di suo e la vita qui è difficile anche per un autoctono. Così, purtroppo, nella maggioranza scatta la solita dinamica comune al nord e al sud per cui “questi ci vengono a togliere il lavoro e la vita”». Allora non c’è la volontà di definire Rosarno razzista. «Semplicemente non è il paese dell'accoglienza. Anche perché 2 mila neri in centro di 15 mila abitanti si vedono e serve tanta volontà per continuare ad ignorarli e non vederli, fin quando non fanno una rivolta».


 

(valerio perogio)2010-01-08 20:23:28

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