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Usa, Brasile, India e Cina attesi protagonisti

Clima, a Copenhagen aperto il ''vertice della speranza''

Il premier danese: «L'umanità intera guarda a questo summit»

Aperto nella capitale danese il vertice Onu sui cambiamenti cllimatici. In discussione entità e costi per la riduzione delle emissioni di gas inquinanti. Cina, Brasile e India avanzano le loro proposte e chiedono sostegni e garanzie per le proprie economie, ma l'appello è per un accordo comune che vada oltre gli interessi particolari dei governi. Il segretario generale della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici Yvo De Boer invita a passare dalle dichiarazioni ai fatti, il ministro dell'Energia danese Hedegaard, presidente della conferenza, chiede «sforzi globali». Da Internet 10 milioni di utenti firmano una petizione per un accordo «equo, ambizioso e obbligatorio».

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Il vertice della speranza. Così il premier danese Lars Loekkke Rasmussen, padrone di casa ha definito il vertice Onu sui mutamenti climatici che aperto a Copenhagen. Un forum che porta su di sé un enorme responsabilità: 1.200 delegati da 192 paesi riuniti per dibattere, negoziare, rintracciare soluzioni per la riduzione delle emissioni inquinanti e contrastare il riscaldamento globale. «L'umanità speranzosa guarda alla conferenza di Copenaghen come l'ultima possibilità per bloccare il riscaldamento globale: per questo, nelle prossime due settimane, la capitale danese sarà agli occhi del mondo “Hopenaghen”» è stato il saluto d'apertura di Rasmussen, giocato sul termine inglese «hope», speranza.


Un summit partecipato e ricco di interlocutori, tra capi di stato, rappresentati politici e istituzionali, associazioni ambientaliste, scienziati e ricercatori. Ma tutti gli occhi saranno puntati soprattutto su alcuni, precisi soggetti: gli Usa di Obama, chiamati a invertire la cattiva rotta intrapresa da Geroge W. Bush; e poi Cina e India, Brasile e Sudafrica, economie emergenti inizialmente esonerate dal protocollo di Kyoto, ma le cui emissioni oggi hanno raggiunto livelli inaccettabili. Paesi che dovranno garantire una posizione responsabile e un maggiore impegno, che sia condiviso da tutti i partecipanti al vertice.


La partita si giocherà soprattutto attorno alla portata economica dell'impegno. Le già citate economie pretendono chiedono un sostegno economico dalle economie avanzate, nel timore di stoppare lo slancio della loro crescita attraverso misure troppo restrittive. Resta il nodo dei paesi in via di sviluppo, che dei cambiamenti climatici subiscono le conseguenze: secondo le stime delle organizzazioni Oxfam e Ucodep per un giusto supporto sono necessari 200 miliardi di dollari l'anno a partire dal 2020. Su questo punto si gioca una grossa parte del successo del vertice.


Fondamentale sarà anche mettere da parte gli interessi dei singoli governi e la speranza è che non si arrivi a soluzioni diversificate sulla base delle varie esigenze industriali. «Bisogna saper vedere oltre i propri interessi particolari», ha detto il ministro dell'Ambiente e dell'Energia danese, Connie Hedegaard, presidente della conferenza, e agire sul sentiero della «costruttività e impegno», adottando «azioni ambiziose» sfruttando la forte volontà politica messa in campo oggi. L'invito è a produrre «sforzi globali» anche da parte dei paesi in via di sviluppo: «Non dobbiamo scegliere fra economia e cambiamenti climatici». Anche il segretario generale della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici Yvo De Boer ha chiesto di «cominciare immediatamente un'azione significativa». «I tempi delle dichiarazioni sono finiti, come quelli degli slogan: servitevi del lavoro già fatto e trasformateli in atti», ha sottolineato De Boer.


Obiettivo del summit è trovare un accordo politico che si traduca poi in impegno vincolante legato a sanzioni a partire dal 2010, alla scadenza del protocollo di Kyoto. 110 saranno i capi di stato e di governo che arriveranno a Copenhagen, atteso anche il presidente Usa Obama per la sessione finale del 18 dicembre. Intanto si valutano le prime posizioni: la Cina ha annunciato di voler ridurre le emissioni di gas serra del 40%-45% rispetto ai livelli del 2005 entro il prossimo decennio, duro il Brasile che pretende dai paesi industrializzati circa 300 miliardi di dollari da destinare alla riduzioni delle emissioni e di alzare le percentuali di riduzione. Meno rigido il Sudafrica, che propone di tagliare del 34% entro il 2020 e del 42% entro il 2025 la crescita delle emissioni dei gas inquinanti, a patto che il tutto sia inquadrato in un accordo internazionale e di aiuti finanziari e tecnologici. In India il ministro dell'Ambiente Jairam Ramesh ha annunciato una riduzione volontaria del 20-25% entro il 2020, «un segnale importante e incoraggiante» secondo il governo francese, ma ha anche spiegato che «India, Cina e Brasile hanno una bozza di base» per operare insieme e che «deve servire ad incanalare il negoziato di Copenhagen».


Intanto, mentre nella capitale danese discutono le delegazioni ufficiali, da Internet è arrivata una petizione on line organizzata da una rete di 226 partiti verdi mondiali, riuniti nel gruppo riuniti nel gruppo TckTckTck, e firmata da circa 10 milioni di utenti per chiedere ai leader di concludere un accordo sul clima che sia «equo, ambizioso e obbligatorio». La petizione è stata inviata al segretario generale Yvo De Boer, al premier danese Rasmussen e alla presidentessa del vertice Hedegaard nella speranza che oltre alle esigenze industriali ed economiche il vertice tenga conto anche delle istanze della società.

(ami)2009-12-07 20:08:22
Fonte foto: James Jordan

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