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FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA

'L’Uomo che verrà', il film di Giorgio Diritti sulla strage di Marzabotto

Prodotto da Arancia Film e RAI Cinema con la collaborazione della Toscana Film Commission e scritto dal regista insieme a Giovanni Galavotti e Tania Pedroni

Dopo aver impressionato all'esordio con quel piccolo capolavoro di rigore ed ecclettismo che è Il vento fa il suo giro, Giorgio Diritti racconta l’eccidio di Marzabotto in un film che riesce a tenere insieme attenzione filologica e dimensione personale. Un racconto corale, focalizzato attraverso lo sguardo delle vittime. Recitano fianco a fianco in dialetto bolognese, attori professionisti: Maya Sansa, Alba Rohrwacher, dal teatro lo straordinario Claudio Casadio, insieme alla gente comune presa nei luoghi del film. Vai alla galleria fotografica.

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I fatti di Montesole sono rimasti nella memoria della guerra e della resistenza come uno dei più atroci crimini di guerra mai perpretati contro una popolazione civile. Le SS massacrarono con lucida efficienza la popolazione inerme di Marzabotto e dei comuni limitrofi, come rappresaglia per l’attività della brigata partigiana Stella Rossa. Le vittime furono circa 770, soprattutto anziani donne e bambini.


Al contrario del film di Spike Lee "Miracolo a Sant’Anna", che ha affrontato l’anno scorso con sorprendente superficialità la vicenda dell’eccidio di Sant’Anna, "L’Uomo che Verrà" arriva dopo un lungo lavoro di ricerca nelle fonti e nelle memorie dei sopravvissuti, un metodo scrupoloso in cui la tensione verso l’onestà e la precisione nella ricostruzione storica, non appesantiscono la dimensione emotiva della pellicola, che come in un film di Olmi (Diritti ha partecipato all’attività di ipotesi Cinema, l’istituto per la formazione di giovani autori fondato e diretto dal regista de "L’Albero degli Zoccoli"), si giova al contrario della coerenza e della densità del contesto, per dare corpo alle vicende dei protagonisti.


Già perché rispetto a "Il vento fa il suo giro", "L’uomo che Verrà" costruisce un impianto narrativo più solido, in cui la vicenda è raccontata attraverso gli occhi della piccola protagonisa e dei membri della sua famiglia. Il fatto che il pubblico per lo più conosca la storia non raffredda il film, anzi il potenziale limite, trasformato in bagaglio di conoscenza e aspettative, è abilmente utilizzato per caricare gli avvenimenti di un’ intensità che non ha quasi mai bisogno di “effetti” per commuovere. Le vicende minimali dei protagonisti, la vita dura del lavoro nei campi, l’attesa per la nascita di un figlio e di un fratellino, diventano piccole storie preziose, riserve di umanità la cui fragilità inerme di fronte all’enormità del crimine, amplifica la portata della storia verso un discorso umanistico universale.


 

(ami)2009-10-23 06:26:50
Fonte foto: RomaFilmFestival

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