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Le testimonianze delle donne nel Cie di Ponte Galeria

Immigrazione, le schiave del sesso tra la Libia e l'Italia

Case chiuse a Tripoli: donne nigeriane schiavizzate e controllate anche sul territorio italiano

Dossier della cooperativa Be Free sulle testimonianze di alcune donne africane nel Centro di indentificazione ed espulsione romano: violentate e obbligate a prostituirsi per mesi in Libia, vengono mandate a Lampedusa, controllate all'interno dei Cie e, una volta uscite, costrette alla prostituzione sul territorio italiano. Una vera e propria tratta delle donne, un fenomeno di criminalità transnazionale che vale fino a 230 milioni di dollari. (Leggi il testo del dossier).

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Moltissime donne africane, specialmente nigeriane, sono condotte illegalmente in Italia attraverso un lungo viaggio che prevede la loro permanenza (da alcuni mesi a oltre un anno) in Libia, dalle cui coste successivamente vengono imbarcate su barconi con destinazione Lampedusa. Una storia all'apparenza non diversa dalle altre, se non fosse per il fatto che durante la loro permanenza a Tripoli vengono costrette a prostituirsi presso case chiuse per lungo tempo, per “prepararsi” a essere sfruttare eventualmente anche in Italia.


E' la terribile pratica denunciata dal dossier di Be Free - cooperativa sociale impegnata contro la tratta delle donne, le violenze e le discriminazioni - presentata a Roma presso la Casa internazionale delle donne, elaborato sulle testimonianze di 111 ragazze africane raccolte presso il centro di identificazione ed espulsione (Cie) capitolino di Ponte Galeria, dove l'associazione gestisce uno sportello di consulenza ed assistenza psicosociale e legale.


«Molte delle ragazze all'interno del Cie sono state sfruttate sessualmente a Tripoli in case chiuse, che sappiamo note a tutti e definite “african house”, che servono a fiaccarne la volontà di ribellarsi alla prostituzione», spiega la presidente di Be Free Oria Gargano.


Il rischio di sfruttamento, denuncia il dossier, è alto anche in Italia: alla base del fenomeno c'è infatti la criminalità internazionale, la cui rete è così capillare da aver raggiunto anche gli stessi Cie. Le donne trattenute nei centri sono infatti tenute sotto controllo dai membri del racket: spesso le ragazze hanno con sé telefoni con schede italiane - forniti all'origine dai loro sfruttatori - e all'interno dei centri delle maman intervengono per limitare l'interazione i colloqui delle donne con le operatrici degli sportelli. Addirittura, racconta Gargano, una volta dimesse sono attese fuori i cancelli dagli sfruttatori per essere avviate forzatamente alla prostituzione sul territorio italiano.


Una notizia che assume rilievo di fronte a un'opinione pubblica «spesso felice della politica dei respingimenti». In questo modo si mostra che «oltre a ragazze gravemente abusate, vengono respinte anche molte altre persone che scappano da crimini che gridano vendetta davanti al tribunale dei diritti umani. E lo stato non può limitarsi a respingerle».


Tra le soluzioni proposte di Be Free c'è l'istituzione di «commissioni internazionali che in Libia verifichino e monitorino le condizioni delle persone che poi vengono da noi a chiedere asilo, affinché lo possano ottenere», come proposto anche dal presidente della Camera Gianfranco Fini. La richiesta è che venga considerato «l'aspetto transazionale del crimine per aiutare queste ragazze che sono state sfruttate “soltanto” in Libia, anche in funzione del fatto che sono destinate ad esserlo anche in Italia». E proprio di fronte a questa eventualità, conclude Gargano, è necessario lavorare anche sulle leggi italiane per assicurare alle vittime la necessaria assistenza: «Chiediamo di trovare un modo per aiutare queste ragazze, che per motivi tecnici, legali e burocratici non possono avere accesso ai programmi di reinserimento sociale – previsti dall'art. 18 della legge Turco-Napolitano del 1998 – al momento negati per il fatto che i gravi sfruttamenti non sono avvenuti in Italia».

(valerio perogio)2009-07-28 16:39:11
Fonte foto: hdptcar

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