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URANIO IMPOVERITO

Dalla Guerra del Golfo ai Balcani, una lunga catena di soldati contaminati

In Italia il caso scoppiò dopo il conflitto in Kosovo

Dalla Sindrome del Golfo del '90 tra i militari Usa ai casi di leucemie tra i soldati italiani reduci dalle missioni in Somalia e nei Balcani, la storia dei danni provocati dall'esposizione all'uranio impoverito. Al centro dei dibattiti l'esistenza o meno del nesso causale tra la sostanza radioattiva e l'insorgere di malattie.

Quella dei soldati vittime dell'esposizione all'uranio impoverito, è una storia che inizia nel 1990, all'epoca dell'intervento militare degli Stati Uniti e della Nato nella guerra del Golfo contro l'Iraq di Saddam Hussein. In quell'occasione, infatti, le forze militari in campo fecero largo uso di proiettili all'uranio impoverito, una sostanza radioattiva di origine nucleare che, se ingerita sotto forma di pulviscolo o schegge, può causare, secondo numerosi fonti mediche, gravi danni alla salute dell'uomo, tra cui tumori e leucemie.


Tra i reduci americani del conflitto contro Saddam, si sviluppò quella che è passata alla storia come la Sindrome del Golfo, una serie a catena di casi che ha portato più di 90 mila militari Usa ad accusare gravi problemi medici.


Per quanto riguarda l'Italia, invece, il caso dell'uranio impoverito è scoppiato soprattutto in seguito alla guerra nei Balcani quando, nel 1999, le truppe della Nato sono scese in campo in Kosovo contro la Serbia. Stando ai dati ufficiali della Nato, in quell'occasione furono sparati circa 31 mila proiettili all'uranio impoverito, per un totale di almeno 10 tonnellate di questa sostanza sparsa sul territorio teatro del conflitto. Anche in Somalia, tra il '92 e il '94, i nostri militari sarebbero stati esposti all'uranio impoverito, nel corso della missione targata Onu nel paese africano colpito dalla guerra civile.


Secondo dati dell'Osservatorio militare, in seguito all'esposizione alla sostanza radioattiva, soprattutto per quanto riguarda la guerra nei Balcani, ci sarebbero stati 45 morti e 515 malati. Falco Accame, presidente dell'Anavafaf, un'associazione che assiste le vittime tra le Forze armate, ha recentemente parlato, invece, di un numero totale di morti per uranio impoverito che oscilla tra 77 e 160 e di un ammontare di malati che va da 300 a 2500.


In seguito agli allarmi sui danni provocati dall'uranio impoverito, nel 2001 l'allora ministro della Difesa Sergio Mattarella istituì una Commissione che valutasse i reali effetti provocati dalla sostanza in questione. La Commissione, guidata dall'ematologo Franco Mandelli, attraverso tre distinte relazioni, giunse alla conclusione di non poter affermare scientificamente l'esistenza di un nesso causale tra l'esposizione all'uranio impoverito e i casi di tumore ma, allo stesso tempo, segnalò l'aumento esponenziale dei casi di malati tra i militari che erano stati esposti alla sostanza usata per scopi bellici.


Nel 2008, infine, la Commissione parlamentare d'inchiesta sull'uranio impoverito, guidata dall'allora senatrice di Rifondazione comunista Lidia Menapace, concluse i suoi lavori con una relazione approvata in Senato nella quale si affermava che, se il nesso causale tra uranio e tumori non può essere scientificamente provato, allo stesso tempo è sufficiente che questo, sempre dal punto di vista scientifico, non possa essere nemmeno escluso perché alle vittime venga riconosciuto il risarcimento.


Attualmente, la Commissione sull'uranio impoverito, dopo il cambio della legislatura e l'insediamento del nuovo governo Berlusconi, non è stata rinnovata.


Il resto è cronaca dei giorni nostri, con la sentenza del Tribunale di Firenze che ha condannato il Ministero della Difesa al risarcimento di oltre mezzo milione di euro a un ex militare colpito da tumore e l'annuncio del ministro La Russa di un provvedimento per stanziare trenta milioni di euro in tre anni in favore delle vittime dell'uranio, riconoscendo loro, di fatto, la cosiddetta causa di servizio.


Foto: MATEUS_27:24&25


 

(ami)2009-01-17 17:15:16
Fonte foto: (ami)

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